La mozione d’ordine di Napolitano
Pier Luigi Bersani continua a perseguire l’obiettivo di ottenere un assenso dal Movimento 5 stelle a un governo di minoranza presieduto da lui, nonostante i rifiuti costanti accompagnati da richieste sempre più pesanti. Beppe Grillo non concede nulla, ma chiede a Bersani, in cambio appunto di nulla, di rinunciare al rimborso delle spese elettorali e gli intima di aderire alla linea manettara che punta a mettere in carcere il leader di una coalizione che è stata superata solo per un pugno di voti. L’offensiva sul rimborso elettorale di Grillo ha offerto a Matteo Renzi l’occasione per prendere le distanze dal segretario, attaccandolo anche “da sinistra”.
12 AGO 20

Pier Luigi Bersani continua a perseguire l’obiettivo di ottenere un assenso dal Movimento 5 stelle a un governo di minoranza presieduto da lui, nonostante i rifiuti costanti accompagnati da richieste sempre più pesanti. Beppe Grillo non concede nulla, ma chiede a Bersani, in cambio appunto di nulla, di rinunciare al rimborso delle spese elettorali e gli intima di aderire alla linea manettara che punta a mettere in carcere il leader di una coalizione che è stata superata solo per un pugno di voti. L’offensiva sul rimborso elettorale di Grillo ha offerto a Matteo Renzi l’occasione per prendere le distanze dal segretario, attaccandolo anche “da sinistra”, mentre sulla richiesta di pronunciarsi a favore dell’arresto di Silvio Berlusconi prima ancora che venga richiesta dalla magistratura, comincia a emergere qualche tiepida resistenza da parte dell’area garantista del Pd, che non vuole cadere dalla padella di Antonio Di Pietro alla brace di Grillo. E bene ha fatto ieri sera Napolitano ha strigliare i partiti con una nota di cui il Pd dovrebbe far tesoro: “E’ comprensibile – ha scritto il presidente – la preoccupazione dello schieramento che è risultato secondo, a breve distanza dal primo, nelle elezioni del 24 febbraio, di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile”.
Inoltre, l’accanimento su un’ipotesi che comunque sarebbe provvisoria e priva di un minimo di prospettiva rappresenta un pericolo non solo per l’equilibrio politico, già fortemente compromesso, ma anche per la credibilità del sistema istituzionale italiano. E’ un pericolo anche per il ruolo del Pd, che invece che rappresentare un elemento di garanzia e di responsabilità, tende a giocare il ruolo decisivo che gli è stato attribuito non dagli elettori ma dalla legge elettorale, in modo avventuristico. Di questo pericolo cominciano a prendere coscienza anche esponenti dello stesso Pd, che hanno conferito all’unanimità a Bersani il mandato di perseguire il suo disegno, ma hanno rifiutato di definirlo come l’ultima spiaggia. Questo modo di fare, di lasciar andare avanti una tattica che si ritiene sbagliata attendendosi che fallisca senza assumersi la responsabilità di una critica ragionata, è deprecabile ancorché consueta, e non solo nel Partito democratico. Tuttavia, pur nell’ambito di queste uanimità viziate dal sospetto di opportunismo, cominciano a emergere le distinzioni e i preparativi di una ribellione interna. Sarebbe meglio una battaglia politica aperta, con posizioni riconoscibili seppure sottoposte al vincolo della disciplina di partito, ma i segni del doroteismo e del centralismo democratico non sono destinati a sparire tanto presto, anche perchè hanno caratterizzato formazioni politiche ben più solide.